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I serial killer ed il concetto di morte PDF Print E-mail
(12 voti)
Written by Antonio Marco Campus   
Thursday, 21 August 2008

Scriveva nel 1978 Ian McEwan in Il giardino di cemento:
“Ciò che mi colpisce di più è che tante cose terribili vengono commesse da persone che non appaiono affatto terribili.”

“Quando si fissa negli occhi un uomo si penetra nelle tenebre.” (Hegel)


Questa è l'incredulità, lo stupore e l’orrore di chiunque si trovi di fronte ad un omicidio seriale. L'apparente assenza di movente, la serialità, la ripetizione accompagnata alla mostruosità dell'azione, portano inevitabilmente a domandarsi: perché si commettono crimini così atroci? È davvero la follia a fare di un uomo un serial killer?

Il motivo dell'interesse per gli assassini seriali deriva dal fatto che questi soggetti rappresentano quanto di più si accosta al concetto di cattiveria assoluta: uomini che agiscono svincolati da ragioni di carattere passionale o vendicativo, con un movente che consiste nell'uccidere per il piacere di procurare la morte altrui. Questo è ciò che avvicina il serial killer al dominio del male più totale: prevale la distruzione sulla costruzione, la morte rispetto alla vita, l'orrore rispetto al piacere. L'assassino seriale rappresenta, per definizione, la negazione stessa della società organizzata, l'annullamento del rispetto e della solidarietà. Proprio lo sgretolamento del tradizionale valore intrinseco della vita umana è una delle costanti dell'omicidio seriale.

Di fronte ad un'aggressività e ad una violenza spropositate e gratuite, tutti tendono ad attribuire alla follia, a riversare negli altri, ciò che ci genera paura; l'importante è placare quell'angoscia dell'incomprensibile che suscitano taluni eventi e talune condotte. Del resto, è insito nella natura umana il bisogno di collocare tutto quanto accade nel grembo di una spiegazione generale che dia certezza. È la necessità di rassicurazione che spinge a fare questo, proprio perché ciò che viene spiegato appare, naturalmente, meno angoscioso di ciò che non si comprende.

La tesi parte, per questo motivo, cercando di spiegare chi sono i serial killer; la cui specificità sta nella bulimia di omicidi, che lo rende differente dall'assassino passionale, che in genere uccide una sola volta, o anche dall'assassino di massa, che stermina in breve tempo un gran numero di persone. Il serial Killer tortura, mutila, lega ed interagisce con la vittima per dominarla e solo quando la fantasia di dominio è raggiunta (agìta), la vittima non ha più alcun valore come oggetto di piacere e può essere uccisa. Dopo avere ucciso, dialoga con la vittima, questa è sola nelle sue mani, è la sua preda, annientata, giace inerme, può infierire, continuare a distruggere, la sua morte lo fa riappropriare della sua vita. Ciò non vuol dire che il sesso non entri in gioco, infatti, in alcuni casi, tali soggetti divengono serial killer sessuali, anche se non rappresentano la maggioranza. Il sesso e la fantasia sessuale, violenta e sadica, entrano in gioco perché la sfera sessuale sembra all’assassino la più eccitante e la più denigratoria per la vittima. L’omicida si rende conto che attraverso un crimine sessuale e sadico riesce a raggiungere il massimo obiettivo in riferimento alla soddisfazione personale legata al dominio e alla denigrazione della vittima a semplice ed inutile oggetto da controllare. In questa fase è ipotizzabile che il soggetto anticipi mentalmente “l’atmosfera dell’aggressione” immaginando il senso di potere e di soddisfazione che deriverà dallo stupro e dall’omicidio.

È probabile che in tale condizione si affaccino alla mente dell’assassino una serie di pensieri relativi agli effetti del comportamento omicidiario.
È il momento in cui l’azione seriale lascia il mondo fantastico ed irrompe in quello reale.
Il primo omicidio produce nei criminali sentimenti contrapposti. Cosa provano: dal piacere alla repulsione, dalla paura all’ansia, ma invariabilmente tutti provano anche un’intensa sensazione di potere. Ed è allora che, spesso, la fantasia riprende il sopravvento con forza sempre maggiore, il killer fantastica, uccide e fantastica, incapace di fermarsi, come un tossicodipendente che è caduto nel vizio, che in questo caso è il vizio dato dal potere di scegliere a chi dare la morte e a chi la vita. Tuttavia, terminato il cooling-off, l’omicida comincia a fantasticare un nuovo omicidio, magari con condotte di controllo e manipolazione della vittima più accentuati. Più il soggetto fantastica, più sente il bisogno compulsivo di attuare in vivo tale fantasia, finché non decide che è giunto il momento di agire di nuovo.
(Tratto dal libro "Profilo Psicoanalitico del serial killer, Antonio Marco Campus, Bonanno editore,2008)


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