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Sat 31 July 2010 16:27:08

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Aspetti psico-sociali degli omicidi in famiglia PDF Print E-mail
(15 voti)
Written by Elisa T.   
Saturday, 06 September 2008
Nella società attuale, fortemente caratterizzata da una complessità globale, che coinvolge ogni aspetto della vita moderna, anche la famiglia viene investita da profondi mutamenti. Oggi più che mai essa appare disorganizzata, destrutturata e manifesta sempre più segni di malessere.
Le trasformazioni in atto dovute a motivi politici, economici, allo sviluppo tecnologico, all’influenza di molteplici modelli culturali di riferimento, hanno alterato l’equilibrio all’interno della famiglia.

L’Italia, fortemente caratterizzata da un concetto pervasivo di famiglia rispetto agli altri paesi europei (anche per l’influenza della religione cattolica) è rimasta travolta da questi cambiamenti, tanto da perdere di significato. Un dato allarmante, a questo proposito, è l’aumento degli omicidi all’interno del nucleo famigliare. Mentre prosegue in Italia il tendenziale decremento del numero degli omicidi, che dal 1990 al 2005 si è più che dimezzato (-64,5%) passando da 1.695 a 601, l'ambito familiare - con 174 vittime (pari al 29,1% del totale) - si conferma il più a rischio, superando in misura rilevante le vittime della criminalità mafiosa (146, pari al 24,4%) e di quella comune (91 vittime, pari al 15,2%). LA FAMIGLIA UCCIDE PiU’ DELLA MAFIA, è il titolo di un articolo di una famosa testata giornalistica. La fotografia sopra citata è del Rapporto Eures-Ansa 2006 sull'omicidio volontario in Italia. Dal punto di vista geografico, il Nord segnala la forte prevalenza dell'omicidio familiare (un omicidio su 2, pari al 49,1%) e, al tempo stesso, una sua lieve crescita (+2,4%, passando dagli 83 del 2004 agli 85 del 2005) in contro tendenza rispetto al dato nazionale. Anche al Centro, il maggior numero di delitti (46,3%) è di stampo familiare, mentre si registra una più elevata incidenza di vittime straniere. Molte testate giornalistiche commentano questi dati drammatici esaltando l’aumento consistente di omicidi nell’ambito domestico. Quest’attenzione crescente dei mass media ricopre sicuramente un ruolo fondamentale sui processi di influenzamento, ma anche di percezione (a volte sbagliate) del fenomeno da parte della gente. I mezzi di informazione, infatti, sembrano dare maggiore risalto agli omicidi tra genitori e figli, quando invece le statistiche rilevano una maggiore incidenza degli omicidi passionali o comunque dell’asse orizzontale uomo-donna (partner). Certo, le reazioni emotive dell’opinione pubblica sono sicuramente più forti, l’impatto emotivo è più profondo, ma questa maggiore esaltazione può essere fuorviante per chi cerca di analizzare criticamente questo fenomeno nella sua complessità e molteplicità. La rapida diffusione e la forte penetrazione di notizie-evento, attraverso la routine quotidiana dei mass media, determinano una sorta di innalzamento della soglia emotiva della coscienza collettiva. Ciò vuol dire che l’orrore può apparire nel quotidiano, eppure rimanere fuori dalla nostra coscienza. Le difficoltà esistenziali creano sempre più tensioni, manifestazioni di aggressività, tanto che la famiglia diventa una valvola di sfogo e spesso luogo stesso in cui il disagio matura. Uccidere nel proprio ambiente domestico significa ribadire il dominio proprio della vita di ciascuno, che non è accessibile agli altri. Agire dentro le mura vuol dire chiudere l’esterno, la condizione intermedia tra “pubblico” e “privato”. Quest’ultima è vista come un contesto da tenere al riparo dall’ambiente esterno. La stessa espressione “nido famigliare” dà una connotazione di questo tipo alla famiglia. E’, tuttavia, necessario individuare quali sono le possibili cause di un fenomeno che appare così inspiegabile. La famiglia, quella dei legami di sangue, ciò che ci lega alla vita, al passare storico delle generazioni, luogo di origine delle aspettative individuali, sociali e dei sistemi valoriali. La famiglia si configura pertanto come una nicchia all’interno della quale si instaurano relazioni, si creano legami, ma che possono portare alla costruzione di contesti nei quali matura disagio, conflitti e aggressività. Quando questa nicchia diventa “calda”, il nucleo famigliare esplode, la famiglia impone confini rigidi con l’esterno, si chiude in se stessa facendo aumentare il rischio della disfunzionalità. La famiglia che non funziona è caratterizzata da un mondo che appare come incomprensibile, non gestibile da parte dei membri del nucleo e, spesso, proprio perché i confini sono rigidi e impenetrabili da parte del mondo esterno. Essa nasce carica di aspettative, ma quando queste sono disattese provocano grandi conflittualità, il disagio latente prende forma e si verificano casi in cui la “follia”, la rabbia incontrollata, hanno il predominio sulla razionalizzazione del conflitto.


L’ambiente domestico nasce a partire da presupposti precisi, socialmente condivisi, come l’amore, l’aiuto e il sostegno reciproco, la solidarietà tra i membri, la comprensione del significato della vita, che ci “insegna” a vivere, a stare in una società che appare sempre più individualistica e frammentata. Essa è il luogo, inteso simbolicamente, in cui avviene la socializzazione primaria, cioè l’acquisizione di competenze sociali e psicologiche, l’interiorizzazione delle norme, valori etici e la trasmissione di norme-guida che permettono la costruzione di relazioni significative. Detto ciò, la famiglia sembra essere l’unico luogo in grado di proteggere gli individui dalle insidie provenienti dall’ambiente esterno, eppure essa stessa diventa luogo di conflittualità, sofferenze ed occasioni di omicidi di sangue efferati, crudeli e solo apparentemente immotivati. Le cause sono molteplici, ma soprattutto la disintegrazione della struttura familiare, ma, a livello più globale, alla società attuale, che ha visto il progredire di molte conoscenze in vari campi, nonché il miglioramento della qualità della vita, ma al tempo stesso è andata incontro ad una crisi d’identità, che sembra essere irreparabile. L’attenzione rivolta quasi esclusivamente a categorie quali il successo, il benessere economico, il prestigio, il potere hanno portato inevitabilmente alla perdita di valori-guida che determinano l’individuo.


Egli non è più abituato a sopportare le frustrazioni, le difficoltà: pretende tutto e subito, la società dei consumi ci ha abituato a soddisfare bisogni effimeri, immediati e materiali. La famiglia stessa ha talvolta perso l’identificazione in valori quali l’amore, l’affetto, la stima reciproca, la condivisone di valori comuni, e quindi anche di norme da rispettare, la costruzione di relazioni armoniche, che necessitano la collaborazione e gli sforzi di ogni membro. Certo è che una componente innata di predisposizione alla violenza estrema c’è in chi compie questi atti.
Ora più che mai è necessario investire su questa istituzione che ha da sempre caratterizzato le fondamenta della società umana. L’aumento di omicidi in famiglia è un campanello d’allarme lanciato già da molti anni dagli studiosi e ricercatori nel campo delle scienze sociali. E’ vero anche che la letteratura o la mitologia da sempre hanno parlato di crimini che si perpetuano nelle famiglie, come Caino che uccide i fratello Abele nel testo della Bibbia, oppure la vicenda di Medea che si macchia di un delitto gravissimo come il figlicidio nella mitologia greca.


Si parla spesso di queste terribili vicende ma sembra che questo scuota le coscienze individuali e collettive ma senza una riflessione o un’attenzione profonda. “Tanto non potrà mai accadere a me”. Ma in questo modo si entra in un circolo vizioso in cui la società può ritenersi responsabile di questi massacri, proprio perché “non si vuole vedere”, capire e riflettere. Come dice Simonetta Costanzo “la nostra società è fatta di maschere di cartapesta, che ha perduto non solo l’anima, ma anche il senso dei valori e, così, la capacità di amare e di stabilire relazioni interpersonali vere e ricche di senso”. Uccidere un membro della propria famiglia finirà per diventare un fatto quasi “normale”, di semplice cronaca quotidiana. E’ proprio a partire da questo che le istituzioni pubbliche dovrebbero operare, attraverso una serie di interventi mirati alla ricostruzione della realtà famigliare, in tutti i suoi aspetti: dal miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei contesti disagiati, al recupero dei valori da trasmettere, al miglioramento delle strategie di coping, cioè di quelle strategie messe in atto dall’individuo per affrontare situazioni problematiche. Tutto ciò deve partire dall’infanzia, quel periodo cruciale dello sviluppo cognitivo e affettivo-relazionale dell’individuo. Imparare a gestire l’aggressività che c’è in ognuno di noi, in quanto istinto connaturato nella natura dell’uomo, cercando di rielaborarla alla luce di una prosocialità che va trasmessa. Recuperare la socialità dell’uomo vuol dire recuperare la sua essenza.  L’uomo è un animale sociale.


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