“Ho 15 anni e ho perso la voglia di vivere”o“cerco ragazzi che desiderino morire con me il tal giorno, nel tal posto e in tal modo”.
Forse qualcuno di noi si sarà imbattuto in messaggi simili navigando nell’immensità di Internet, considerandoli magari semplici parole scritte in quel mondo un po’ vago che è la Rete. Invece potrebbero essere i primi “accordi” di un fenomeno che inizia nel paese del Sol Levante sul finire degli anni ’90, quando compaiono alcuni siti specifici per aspiranti Seneca.
In questi luoghi virtuali giovani e adulti, provenienti da diverse zone del Giappone chattano, si scambiano informazioni, consigli, manuali di suicidio, con lo scopo di trovare qualcuno con cui condividere i cosiddetti: suicide pacts.
Si tratta di un fenomeno venuto alla ribalta nel paese dei manga nel 2003 con i primi 34 accertati casi di suicidi maturati nel cyberspazio che ha visto lievitare questi accordi scellerati fino ad arrivare a 91 casi nel 2005. In questo stesso anno il governo giapponese, nel tentativo di contenere il fenomeno delle cosiddette comunità per il suicidio, promulga una legge che porta al blocco dei maggiori siti web su questo tema, nonché alla trasmissione dei nominativi degli utenti alla polizia da parte dei provider. Nel 2008 si registra un dato che rileva l’importanza della prevenzione nel marginare questo fenomeno, grazie al lavoro di intercettazione dei provider giapponesi 95 aspiranti suicidi sono stati persuasi a desistere, mentre 7 risultano i morti.
E’ difficile sintetizzare origini e cause di un fenomeno cosi complesso, che attecchisce la sua linfa vitale in un profondo malessere, in un senso di anomia, di perdita di punti di riferimento e speranze che può coinvolgere ognuno di noi, in qualunque parte del mondo. Si può cercare, però, di dare una lettura sociologica del perché questo fenomeno dei suicidi collettivi sia maturato in Giappone; qui il suicidio è un problema nazionale, in quanto è il Paese industrializzato con il più alto numero di morti auto-procurate1, soprattutto tra i giovani, ma è anche un fenomeno che attinge profondamente dalla storia e dalle tradizioni del paese stesso. E’ la storia di una società, di una cultura, di un popolo che vive di grandi contraddizioni interne, in costante conflitto dicotomico tra una modernità inarrestabile ed un mondo tradizionale che fatica a legarsi con il futuro e per tale motivo tende lentamente a dissolversi. Un Paese che si costruisce sulla gerarchia, sulla repressione e sull’uniformità, che tende a rimanere ancorato ad un codice d’onore, ad una reputazione da difendere, spingendo ad una competizione estrema e ad un forte isolamento sociale. Analizzandolo anche da un punto di vista religioso, quello scintoista, il suicidio non è considerato un peccato, non si sviluppa quello che in sociologia viene definito sanzione morale, anzi viene spesso considerato un processo “nobile” che permette l’espiazione dei propri fallimenti personali, economici e sociali. Questo non vuol dire che la società giapponese inneggi al suicidio, semplicemente non ne fa un tabù. In questo contesto sociale di profonde contraddizioni, si sviluppa un senso di anomia, di vuoto morale e psicologico che attanaglia soprattutto i più giovani. Non è un caso che in Giappone si sia diffuso negli ultimi anni un particolare modello sociale, quello dell’hikikomori, che coinvolge centinaia di migliaia di giovani. Questi decidono di ritirarsi dalla vita sociale, negando cosi la dimensione reale della loro quotidianità, in quanto avvertita come intimidatoria e disumana. In questo modo di esprimere il “mal di vivere” non solo la realtà quotidiana viene negata, ma anche il corpo si imprigiona, nulla è più rivolto al mondo esterno, ma tutto viene ghiacciato dentro i confini irreali di una identità virtuale.
La notizia dei suicidi via internet contiene in se tutte le caratteristiche per far sì che la Rete diventi un capro espiatorio, cosi demonizzandola. Invece è fondamentale rintracciare un’ accurata spiegazione per poter comprendere sino in fondo ciò che succede ai giovani della nostra società per evitare una caccia alle tecno-streghe. Il suicidio non è un prodotto di Internet ma è una costante di una società che come quella attuale tende ad allontanare i suoi “figli”, chiudendo gli occhi davanti alle proprie responsabilità. Non è facile individuare il grado di connessione tra la rete ed il suicidio compiuto dai giovani, di certo è evidente che il web sia diventato un loro modo di “vivere” e di “essere” , come lo è il fatto che possa essere una zona ad alto rischio, una zona franca per criminalità e perversioni. Questo però non necessariamente fa diventare Internet, le chat ed i social network luoghi nefasti per la crescita di queste giovani menti.
Il problema non è la Rete, ma il non voler capire che il giovane ha plasmato Internet, il suo linguaggio, la sua tecnologia per rispondere al suo bisogno di comunicare, di esprimersi, di vivere, in uno spazio costruito a sua immagine e somiglianza. Questo mondo virtuale gli permette di sperimentare una serie inesauribile di opportunità d’incontro e d’interazione, creando la possibilità di ristabilire nei rapporti umani un primato che nell’epoca contemporanea è stato profondamente schiacciato dalla superficialità: l’interiorità. Nascondersi dietro una maschera virtuale, gli concede di esprimere tutte quelle identità e quei ruoli sociali, liberi da limiti ed inibizioni, che la vita quotidiana non gli permette.
In una società post-moderna come la nostra, crescere è diventato un processo difficile, il giovane non riesce a mettere a fuoco la propria immagine del suo Sé sociale, rimanendo totalmente in balia della rappresentazione che gli altri hanno di lui; inizia cosi a vivere il disagio del sentirsi diverso, non capito, senza nessun punto di riferimento a cui aggrapparsi, totalmente in balia di se stesso ed imprigionato in una società a cui non sente più di appartenere. In queste persone il senso di “non appartenenza” sociale, il sentirsi borderline di una società possono essere i veicoli per lo sviluppo di patologie che compromettono il loro equilibrio psico-sociologico.
Il proliferare di chat, comunità virtuali, social network, rispondono alla necessità di questi giovani di riacquistare quel senso di appartenenza che la società non è più in grado di garantirgli. Cosi il giovane si lega al virtuale per sentirsi parte almeno di una comunità, in cui poter costruire e gestire una identità diversa da quella che gli verrebbe altrimenti imposta.
Anche nei suicide pacts si segue questa logica “comunitaria” e “rituale” che li diversifica profondamente dai suicidi individuali. Analizziamoli nei diversi elementi: questo tipo di morte sembra ristabilire una sorta di uguaglianza sociale, in quanto interessa giovani di entrambi i sessi che si riconoscono alla pari perché accomunati dall’alienante condizione del mal di vivere. Il fatto di provenire da luoghi diversi e ritrovarsi in una località stabilita, lo scegliere generalmente come luogo di morte un’automobile o un appartamento presi a noleggio in cui chiudersi contengono significati precisi: non ha importanza il luogo in cui si sceglie di morire, in quanto comunque non si sentono pienamente parte di nessun posto, anzi vogliono sottolineare il loro escludersi da un mondo che non li ha mai considerati. Isolarsi in determinati posti prima di raggiungere l’ultima fase dello scellerato patto, gli permette di creare una comunità in cui il suicidio rappresenta il momento di aggregazione.
Questo tipo di suicidio, differentemente da quello individuale, per poter sopravvivere deve garantire la partecipazione di un minimo di persone, che si danno con la sola stessa presenza la forza l’un l’altro, un gruppo in cui non esiste la paura della morte perché viene sovrastata dalla forza dell’unione.
Queste persone “usano” il suicidio per cercare di superare quel senso di disaffezione alla propria vita, allontanandosi da una quotidianità vuota e tragicamente “normale” ormai diventata insostenibile. Il suicidio rappresenta un fuggire dalla realtà, un momento di passaggio che li porta verso un mondo nuovo in cui credere e in cui sentirsi di appartenere.
Il fenomeno degli on line suicide pacts, contrariamente a quanto si possa credere, non è destinato a rimanere rinchiuso lungo i confini del Giappone, ma è e sarà un filo conduttore che coinvolgerà tutte le comunità del cyberspazio; a dimostrazione di ciò nel 2008 sono stati tristemente registrati casi in Gran Bretagna come in Svezia. Il senso di non appartenenza, la solitudine che si consuma in mezzo ad un mondo che ci aiuta a sentirci trasparenti, non conosce distanze geografiche. Con questi suicidi collettivi i giovani nella nostra società altro non vogliono che urlare questo dolore, chiedono solo di essere ascoltati e capiti. Trasformano la loro morte in spettacolo per attirare un’attenzione forzata, in modo da essere sicuri che il messaggio venga ricevuto.
Durkheim dice che “il suicidio è un tributo alla civiltà” ma forse ora è giunto il momento che la civiltà capisca che è troppo facile e profondamente sbagliato sfuggire dalle proprie responsabilità e che riacquisti quel contatto umano che ha ormai perso da troppo tempo.
1 Basti pensare che nel 2008 il numero di chi si è tolto la vita oscilla intorno ai 32.000.
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