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Attendibilità e plausibilità della testimonianza in ambito giuridico PDF Print E-mail
(22 voti)
Written by Simona Ruffini   
Thursday, 30 April 2009

Si è tenuto a Roma il 20 aprile 2009, presso la Camera dei Deputati, il Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica dal tema “Attendibilità e plausibilità della testimonianza in ambito giuridico”.

Il Convegno, patrocinato dall’Ordine degli Psicologi e dalle Facoltà di Psicologia di Bologna e Padova, ha ospitato diversi relatori che hanno esposto le ultime teorie e i più recenti studi sull’argomento della testimonianza in ambito giuridico. Particolarmente interessanti (tra tutti) gli interventi della Professoressa Fiorella Giusberti della Facoltà di Bologna, e della Dottoressa Serena Mastroberardino dell’Università di Roma La Sapienza. La Professoressa Giusberti ha parlato degli errori nei quali può incorrere la nostra memoria. Questi errori si verificherebbero sia nel momento in cui la realtà viene percepita, sia nel momento in cui il ricordo consolidato viene richiamato alla mente. Inevitabile dunque è il problema delle false testimonianze, seppur in buona fede, rilevanti per le indagini e i processi giuridici. Le emozioni, lo stress, i pregiudizi, le suggestioni, le illusioni ottiche, sono solo alcuni dei fattori che rendono la nostra memoria, e dunque l’eventuale testimonianza, fallibile. Ci basti pensare ai molti casi di riconoscimento di un sospettato errato.

I temi affrontati dalla Professoressa hanno riguardato nello specifico il cosiddetto “Script”, lo’”Weapon Effect” e il “Cross Racial Effect”. Il concetto dello Script in sostanza riguarda la caratteristica della mente umana di agire in determinate condizioni come se rispondesse ad un copione. Ciò che facciamo ogni mattina quando ci alziamo (accendere la macchina del caffè, lavarsi i denti, vestirsi) o mentre guidiamo (cambiare le marce, girare il volante) è una serie di azioni automatiche che ci fanno risparmiare del tempo e soprattutto delle energie. Il pericolo per la memoria sta nel fatto però che spesso questo copione ci porta ad aspettarci che le cose vadano in un determinato modo, cosicché l’abitudine e gli automatismi possono prendere il sopravvento facendoci ricordare un fatto non così come è avvenuto, ma come noi ci aspettiamo che debba avvenire. Lo Weapon Effect (effetto arma) è l’influenza che uno stimolo molto stressante (come appunto un’arma puntata) ha sull’attenzione per il resto della scena. Numerosi studi ed esperimenti mostrano come i testimoni e le vittime di rapine a mano armata riconoscano con maggior difficoltà il volto dell’aggressore se questi puntava loro un’arma. Naturalmente l’istinto di sopravvivenza ci porta a focalizzare la nostra attenzione sull’arma che è un pericolo più grande del volto di chi la impugna. Infine il Cross Racial Effect consiste nella maggiore facilità che l’essere umano ha nel riconoscere volti e tratti somatici di persone che appartengano alla sua stessa razza. Un’evidenza di questo fenomeno lo si ha se si chiede ad un occidentale di distinguere, e poi ricordare, un volto orientale da un altro.
L’intervento della Dottoressa Mastroberardino ha trattato invece dei recenti studi delle Neuroscienze sulla memoria e sulla testimonianza, ed in particolare sullo sviluppo di una possibile “scientifica” Macchina della Verità. Prima di infondere false speranze diremo subito che una macchina della verità attendibile e scientifica “tout court” non esiste. Per quanto sofisticata sia diventata, ciò che studia infatti è una materia molto complessa, il cervello umano.

Attualmente gli studi si concentrano sulla Risonanza Magnetica Funzionale, uno strumento che determina quali aree del cervello si attivino in base all’azione, al sentimento o al pensiero provato. Grazie a questi importantissimi studi si è potuto provare il coinvolgimento della corteccia prefrontale nella menzogna, o meglio nell’inibizione del comportamento di repulsione alla menzogna. Ciò significa che, forse non per tutti ma per la maggior parte di noi, mentire non è un comportamento naturale, e quindi va in un certo senso forzato. Il limite di questa macchina è che sebbene misuri con grandissima precisione l’attività cerebrale durante la narrazione di un ricordo, questa attività cerebrale fa capo ad una personalità che non può non essere considerata. Se io sono convinta che quello che sto dicendo sia vero, in parole molto semplici, probabilmente ci crederò a tal punto che il mio stesso organismo si comporterà come se quello che sto dicendo è in effetti vero. I racconti fatti da chi sostiene di essere stato rapito dagli alieni appaiono del tutto identici, a livello di attivazione neurofisiologica, a quelli fatti da persone che raccontano episodi attendibili e verificabili.

Diversamente, posso anche dire la verità, ma se la situazione in cui vengo interrogata è fonte di stress, la mia attivazione verrà confusa con la menzogna, quando invece si tratta solo di ansia.
Il riferimento è naturalmente ai tanti programmi che, certo in funzione degli ascolti e della spettacolarità, non portano affatto un contributo positivo a chi si occupa di psicologia della testimonianza in senso scientifico. Le macchine della verità che ci vengono proposte nei talk show sono delle bestialità, e portano solo discredito a chi di questo argomento si occupa con passione e serietà.

Dott.ssa Simona Ruffini

Per approfondimenti:
http://www.aipgitalia.org/media/pdf/Locandina%20Convegno%202009.pdf

Giusberti F., Bensi L., La ricerca scientifica sul comportamento menzognero, «CASSAZIONE PENALE», 2006, 11, pp. 301 - 311 [articolo]

Gambetti E., Bensi L., Nori R., Tabarroni S., Strazzari E., Varani S., Giusberti F., L’attendibilità testimoniale: indizi di menzogna., in: , Congresso AIP, Sezione di Psicologia Sperimentale, ALGHERO

http://www.fmsfonline.org/


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