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Giovanni FALCONE PDF Print E-mail
(8 voti)
Written by Bernardo Ferro   
Wednesday, 23 May 2007

Sono trascorsi 15 anni. Erano le 17,48 del 23 maggio 1992 quando su una pista dell'aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall'aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c'è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca..... Alle ore 17,59, sull’ autostrada Trapani-Palermo l’esplosione.
"Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell'acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta». Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato".
Comincia così il bell'articolo di Filippo Facci sul giornale che non si limita a ricordare l'anniversario dell'assassinio del Giudice, ma ricorda coloro che gli hanno voltato le spalle, permettendo la sua esecuzione da parte della Mafia.
Da Leoluca Orlando : che accusò il Giudice Giovanni Falcone di proteggere Andreotti e lo fece durante una puntata di Samarcanda che: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.
Così, quando Falcone accettò l'invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L'obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due "Cosa nostra", quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s'avverte l'eruzione d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L'Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».
Cosa nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso. Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull'autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord», e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l'inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all'indagine milanese». L'Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».
Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: «Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della super-procura. In queste ore terribili una cosa l'abbiamo capi- ta tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo. Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo stati faziosi». È la sola autocritica, in quindici anni, messa nero su bianco da sinistra.
Quante volte abbiamo visto lo stesso identico copione per la morte di tanti Servitori dello Stato?
Siamo proprio un "italietta" che mai impara dai suoi errori.

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